LA FESTA PATRONALE

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Il Novenario in onore della Madonna di Gulfi che si solennizza sin dal lontano anno 1644 dalla Domenica in Albis al mercoledì dopo la terza domenica di Pasqua. È la più sentita e commovente festa prettamente religiosa che ancora oggi conserva immutata la plurisecolare schiettezza di fede e di entusiasmo della nostra gente, festa che richiama pellegrini da ogni parte dell'Isola e che fa accorrere, anche con sacrifici, tanti nostri concittadini che per la sicurezza del lavoro sono emigrati nelle lontane Americhe e nella Australia.
Anziché descrivere detta festa credo più opportuno e nello stesso tempo fare cosa gradita riportare due prose e due poesie di nostri poeti chiaramontani che hanno saputo ritrarre al vivo la fede e la immensa devozione alla nostra «Mamma Celeste», come da tutti è invocata la Vergine di Gulfi.
La prima prosa è del Sac. padre Domenico Stanislao Alberti, della Compagnia di Gesù, del secolo XVI contemporaneo di padre Antonino Finocchio, anche esso gesuita, il grande oratore che modificò lo svolgersi del Novenario e tessè finché visse le lodi di Maria; la seconda prosa è del nostro grande poeta Serafino Amabile Guastella. La festa e la devozione a Maria ispirò anche due nostri poeti dialettali, il primo: Giambattista Correntini, del sec. XVIII, con la poesia: «U Novenario di Nostra Signura di Urfi»; il secondo: Luciano lannizzotto con la poesia «A festa di Maria di Urfi a Ciaramunti».

I PROSA:
«La Madonna di Gulfi in Chiaramonte», descritta dal gesuita Domenico Stanislao Alberti in: «Meraviglie di Dio in onore della sua SS.Madre, riverita nelle sue celebri Immagini in Sicilia e nelle Isole circonvicine» (Parte 1°, Cap. 25, pag. 196-201 - Palermo):

«Dalle reliquie di Gulfi già estinte, fu su l'altezza di quello stesso monte edificata la città di Chiaramonte, come scrive l'Inveges nella Cartagine Siciliana. Or in uno degli Antichi Templi di Gulfi, oggi Chiesa dei Romitani Riformati di S. Agostino, detta della Congregazione dei Contorbi, si adora un vaghissimo simulacro marmoreo della Madonna Santa col divino Bambinello in braccio che ha nome di Madonna di Gulfi. Non si sa donde sia venuta questa bella Immagine, si sa solamente per tradizione degli antichi, che un di fu vista venire in Gulfi su un carro tirato da due buoi selvatici, i quali arrivati nel luogo ove ora è la sua chiesa, si fermarono e rimasero così immobili, che niuna violenza, che lor fu fatta a passare più oltre, potè smuoverli punto a dare un passo più innanzi. Qui dunque i cittadini le fabbricarono una chiesa, e l'hanno in tale stima e venerazione, che non posso meglio esplicarne il loro affetto, se non dicendo, che i Chiaramontani pare che in città vivano senza cuore, e che il loro cuore sia la bellissima Immagine della Madonna di Gulfi, perché non sanno vivere lontani non v'è giorno che non vi sia. Cedono tutte le altre feste a quella che si fa in onore della Madonna di Gulfi dalla Domenica in Albis per altri nove di seguito, e per essere magnifica, si chiama e si intitola Reale, quantunque le convenga anche tal titolo, perché ha la sua origine dal Re Filippo IV che istituì per quei giorni, e da farli solamente per nove anni; dopo i quali cessò l'uso di tale festa in vaie altre Terre della Sicilia, ma a Chiaramonte, mercé di Dio, non solamente non cessò, ma ogni anno cresce in pompa e in fervore.
Adunque dal vespro alla suddetta Domenica scende il popolo alla Chiesa della Madonna di Gulfi, e ordinato in processione si porta il Simulacro di Lei alla Città, dove dopo un breve girare, si ferma nella Chiesa Madre tutta ben parata a festa. E perché il viaggio è più di mille passi, e trattasi di salire in alto, han l'onore di portarla le quattro lor Confraternite, dividendosi la fatica e il cammino.
Ma veramente può ben la Città dire a quei suoi Confrati «Onus meum leve», perché l'amore rende alle loro spalle leggero il gran peso di quella statua di marmo, talché il portarla non è camminare, ma correre e piuttosto volare.
Il giubbilare poi di tutta la gente che l'accompagna, sembra un trionfo, che all'entrare della Statua nella chiesa maggiore, si corona con un bel panegirico in lode di Lei. Nei nove giorni, che seguitano, la pompa va sempre più crescendo, perché eleggendosi per questa festa particolare due diverse classi di Procuratori divise in Maggiori e in Minori, tutti fan l'ultimo sforzo del loro amore verso la Vergine, sicché si osserva, che e nella musica più scelta, che può aversi da quei dintorni, e nella copia di ceri e torce accese dinanzi all'altare, e nelle festevoli gazzarre, e nella quantità di suoni, e in ogni altro; gli ultimi giorni del novenario riescono più lieti e pomposi che gli altri. Così dura la festa ivi fino al vespro del martedì, quando con una somigliante processione si riporta alla sua Chiesa; né di rado avviene, che per via si fermi la processione per dar luogo a qualche bella rappresentazione, che si fa, sopra la vita e il martirio, di qualche santo.
Quanto abbia gradito questi ossequi la Vergine, l'ha mostrato con avvenimenti mirabili che non si ha memoria, che si sia alcun anno tralasciata la predetta processione della Domenica in Albis, benché quello stesso giorno, sia stato tempestato dalle pioggie e dai venti, i quali in quel paese di Chiaramonte son violenti, perciocché si è veduto, che sempre siano cessati in uscire fuori dalla Chiesa il prodigioso Simulacro».

II PROSA:
«La festa della Madonna di Gulfi» descritta da S. Amabile Guastella in: «Canti popolari del Circondario di Modica» (Edit. Lutri e Segagna - Modica 1876).

«.....Alla domenica in Albis dall'Eremo di Gulfi, discosto un paio di chilometri viene trasportata nella Chiesa Madre di Chiaramonte Gulfi una statua marmorea di Nostra Signora, bellissima ed antichissima, anzi creduta del quinto secolo.
Ora niuna cosa è più bella e più attraente di quel trasporto a braccio di popolo. Due terzi degli abitanti corrono sino all'Eremo e accompagnano il Simulacro.
Lo accompagnano? E impossibile potere descrivere ciò che si fa in quella occasione. Si piange di tenerezza, si prega, si fan propositi fervidissimi, si parla con la Madonna, si bacia il «baiardo» (è in tal modo che grecamente chiamano il fercolo uscito per la processione delle statue) si avrebbe quasi volontà di farsi schiacciare sotto la statua.
Gli stendardi le si inclinano ad ogni tratto, i mortaretti sparano per quanto è lungo il tragitto, le bande musicali suonano alla disperata, le campane non hanno requie; ma e campane e bande e mortaretti son coperti di tanto in tanto dall'urlo immane di voci, da un «Viva Maria», che sembra lo scoppio di cento tuoni.
Gli uomini saltano, ballano, corrono, urlano, impazzano, sollevano in alto le braccia; le donne recitano a coppie il rosario, e urlano anch'esse e piangono di consolazione per quanto dura il cammino. Appena la statua tocca la prima via del paese, ecco da ogni parte, da ogni finestra, da ogni terrazzo, si profonde incenso, si spargono fiori, si stendono le braccia alla Immagine Santa. Le madri si recano in braccio i figliuoli dicendo «Vedi, questa è la Madre Nostra!»
Quando la statua entra nella Chiesa Madre, la folla è si fitta che non ci sarebbe verso di soffiarsi il naso o di fiutare una presa. Il cornicione, l'organo, il pulpito, gli altari, gli spigoli, i capitelli sembrano immani spire di rettili che si agitano, che si accavallano, che urlano senza posa. Né c'è chi stia indifferente, che hanno gli occhi gonfi anche le persone più dure. Tutto a un tratto cessano i movimenti e le voci, e un prete, anch'egli piangente, accoglie la Madonna e da il benvenuto a nome del popolo. Indi si estraggono i legati a beneficio delle orfane, e da questo punto, cessata la schietta manifestazione del popolo, comincia il Solenne Novenario, nel quale gareggiano con sforzo di mezzi e generosità le varie categorie di cittadini......»


I POESIA:
IL NOVENARIO DI MARIA SS. DI GULFI

Tuttu l'annu si parrà a Ciaramunti,
Vegna la Pasqua, c'assuma Maria,
Porta la Cruna ni la santa frunti,
E 'mbrazza porta lu beddu Missia;
Lu quatru ri lu Re sta 'nfacci frunti,
E un misi avanti s'arorna la via. 

Maria quant'è gluriusa r'unni passa,
Assintata ed fu na Santa Missa;
Veni Maria e lu cintu ni cassa,
Lucifru ri l'nfiernu si subbisca;
Subbissa lu piccatu quannu acciana,
Maria c'a tutti quanti nipirduna.

N'ha pirdunatu lu «Luni» aduratu,
Ca «l'Urtulani» lu tieninu a votu;
Cchi beddi torci, echi beddu apparatu,
Cqu sururi ri sancu l'hannu sciutu;
La festa ri Maria l'hannu avanzatu,
Viva ri Cristu lu primu salutu.

Salutammu a Maria aggiorna lu «Marti»,
Li «Mulinari» ni avanzinu forti;
Cantannici a Maria adi beddi partì,
Ardi lu cori so tutta la notti;
O piccaturi prima ca ti parti,
Dumanicci la grazia di la morti. 

Muoru pinzannu lu «Miercuri» aggiorna,
La Matri Santa la Vuoggiu ludari;
Ca fa festa la ddivota «Donna»,
Tutt'auniti cu la pò avanzari;
La festa cu la musica l'adora,
Lu pararisu mmirienzia pari;
Cu cci la fa ccu amuri si la sonna,
A chista Matri ca ni vo sarbari.

Sarvati vai miu Diu li «Picurari»,
Cafannu festa aggiurnannu lu «Iuovi»;
Ci spienninu munita cqu dinari,
Cumprannu cosi santi e torci nuovi;
Patri Antuninu ccu ddu priricari,
Miatu Ciaramunti cchi truovi;
La festa di Maria nun la lassari,
Ca ti triunfa l'arma quannu mori. 

Ora c'aggiorna lu «Venniri» veni,
Passioni ca ri Diu si pò ciamari;
La lumi avanza li stiddi sireni
Cca li «Masci» la sannu fistiggiari;
Maria c'a tutti quanti ni vo beni,
Binirici la roba e lu compari;
Biniritta sa festa quannu veni,
Cca nuddu a Ciaramunti pò mancari. 

Ora c'aggiorna lu «Sabitu» ntantu,
Ddivoti «Iurnatari» stati attenti;
Ciancinu ddi bedd'uocci e fannu ciantu,
Lu visu di Maria straluci tantu,
L'oru culatu cummoggia l'argentu,
Cch'è bbedda ssa cruna e lu mantu,
Sia ludatu lu Santu Saramientu.

Saramientu Divina maistati,
Chist'autra «Duminica» scriviti;
Li «Vasciddari» su li ciù anurati,
Fannu li torci cuomu li vuliti;
Li grazi c'addumannanu cci dati,
E li lapuzzi cci binidiciti. 

Sia biniditta lu secunnu «Luni»,
Cchi beddu iurnu bìnìgnu riali;
L'armuzzi santi stannu a dunucciuni,
Cc'è la so parti nun ci pò mancari;
Puopulu santu appricamu sti cruni,
Cca un giuornu ni l'aviemu ri piggiari.

Piggia la festa ni la finitura,
Veni lu «Marti» e su li «Vurdunari»;
Tutti st'uggenti cqu lu so firvuri,
Vulissuru sta festa prolungari;
O Matri Santa cqu lu vuosciu amuri,
Si vinn'iti n'ati pirdunari.

Mienzu la ciazza la criesia saluta,
Unni s'ha dittu la Missa Cantata;
Ppi tuttu lu paisi è cunnuciuta,
Ora a lu «Sarbaturi» va purtata;
Cca na salviriggina si saluta,
Maria ni binidici ogni casata,

Maria ri Urfi di «Miercuri» parti,
E a quinniciuri eh'è mienzu la via;
Lu pieristallu ch'è d'oru culatu,
Cqu dda raia di suli stralucia;
Patri Antuninu ppi Maria fu natu,
Viva di Urfi la bedda Maria.
Correntini Giambattista (Poeta vernacolo del sec. XVIII)


II POESIA
LA FESTA DI MARIA RIURFI A CIARAMUNTI
(Raccolta e pubblicata dal Barone Corrado Melfi - Tip. Distefano-Ragusa 1915) 

La storia cuminciammu a ricitari,
Ca è nisciuta ri nu poviru piccaturi,
Maria ri Urfi lu pozza aiutari
E' Lucianu Annizzuottu cinu rifirvuri.

Custantinopuli empiu ri larisia
Ristrussi statui e li tempio abbissau,
Rinunziau la liggi ri Gesù e Maria
E a li rulatri prestu arurau. 

Lu dicretu e lu bannu ci ricia
Ca nuostru Dìu nu savi arurari,
Rumpiri ru statui parsi tirannia
E l'incasciaru e li ittaru a mari.

Puocu ri tiempu potti puoi passari
Ca Diu cumannau lu puntu ri lu mari,
E fra li scuoggi azzìccaru a facciari
A Camarina ieru a prurari. 

Li genti vi cursiru allarmati
Pi sti ru casci ca ittau lu mari,
Ristaru tutti maraviggiati
E tutti si li vulievunu piggiari.

Li savii si nificiru liggi,
Li misuru ni ru carri cu vuoi sarvaggi,
Unni si tienunu su li so figgi
E furtunati ri aviri st'immaggi.

Cianciennu li genti a maraviggia
Mienzu li vosca e si loca sarvaggi,
Li vuoi camminaru a lunghi miggia
A Urfi si tinniru saggi saggi.

O Ciaramunti furtunatu ti rici
Ni tia vinnuru si stiddi ri luci,
La Mamma e lu Figgiu ti binirici
Iddi vinniru a purtari la paci.

Riri ri gioia e allirizza ogni cori
Quannu la Pasqua azzicca a vicinari,
Duoppu cumpiuta a Ridinzioni
Lu piccaturi savi a cunsulari.

Sientu a menziornu la'avvisu sunari
Maschi e tammurina azzicchinu a stripitari,
Sonunu ca allirizza li campani
Li picciriddi spiuonu cu stupuri.

Mamma ri cu è sta festa ca viniri?
Ca cunzola tutti li murtali?
La Mamma veni ri li piccaturi
Maria ri Urfi nostra Principali.

Aggiorna lu venniri cu arduri
Quannu la banna si senti arrivari,
Curri ogni pirsuna cu firvuri
Viva Maria azzicca a dirari 

La Ruminica aggiorna cu allirizza
La banna ciama tutti ni la ciazza,
Ogniunu curri cu vera pruntizza
Cu la cruci ravanti ca svulazza.
 
Finalmenti siemmu iunti a la so casa
E la truvammu sposta pi partiri
Cianciennu ognunu li pieri ci vasa
Ccu divuzioni ranni e vera firi.
 
Mentri cu luocci sa zicca a cianciri
Ppi allirizza ca si senti ni lu cori,
Nesci ri la criesia e azzicca a biniriri
Lu 'nfiernu stissu accumenza a trimari.
 
S.Fillppu che cinu ri firvuri
A San Giorgi si trova a ra spittari
Santu Vitu nuostru prutitturi
E' stancu ca la veni ri piggiari
 
Arrivannu a menza strata puoi si teni
Lu Totapulcra azzicchinu a cantari
Lu ran Campiuni a incuntrari la veni
Giuvanni santu Aquila riali.
 
Si teni a lu Cravaniu nautra vota
Ca lu Patronu ci fa la sparata,
Chistu ci fu lassatu già pi dota
Rifarici onuri a la so passata.
 
Lu Sarvaturi puoi ni li putiari
Ci fa la bomminuta quannu veni,
Maria azzicca a tutti a cunsulari
Ni la ciazza che cina ri pirsuni.
 
La criesa quannu frasi sta Matrona
E' un pararisu 'nterra naturali,
Ri li ran vuci la criesia si stona,
Ca lu puopulu nun si stanca ri fari.
 
A manzuornu gira la citati
Ciamannu a tutti ranni munitati
Nu stati u gnuornu ca nu mi priatì,
Razi vi rugnu chiddi ca vuliti.
 
Viniti piccaturi nu v'affruntati,
Lu viu ca tutti attirruriti siti,
Misiricordia vaiu 'nquantitati,
Mi la cunciessu Diu e lu sapiti.
 
A Santa Tresa voli visitari,
Ddi munacheddi cu lu so piacir,
Li virgineddi ci avvampa lu cori
Quannu a lu Cursu è a cumpariri.
 
Si ni va duoppu a Santa Catarina
Li monici la varinu ri la rara,
Lu priricaturi cu ranni duttrina
S. Binirittu cu la so fiura.
 
Virgineddi ci rici: sta marina
La Riggina ri lu cielu cà si trova,
Vautri ca la rurati ogni matina
Razi vi spargi e ni aviti la prova.
 
Duoppu si ni va a lu Sarvaturi,
Cu lu so Figgiu si miniti a cuntrastari
Patri Barresi cinu ri firvuri
Azzicca lu Magnificat a cantari.
 
Restunu stupifatti li frustieri
Viriennu sti ru statui bizzantini,
La Mamma furria li strati 'nteri,
Ppi tutti li pirsuni biniriri,
 
Li «Putiari», principiunu lu luni
Ci fannu la iurnata ccu attinzioni,
L'armuzzi santi stanu addunucciuni
E nui li priammu cu divuzioni.
 
E lu marti su puoi li «Mulinari»
Ci fannu la iurnata cu firvuri,
La cira ca 'ccumenzunu addumari
Si li cora ri li piccaturi.
 
Lu miercuri naggiorna cu allirizza
La «Ronna» pi Maria ci si ammazza,
Fannu tutti limuosina cu pruntizza,
Sempri abbiannu rinari ni la tazza.
 
Lu iuovi aggiorna cu ranni firvuri
A lu paisi arrivunu li «Picurari»,
Maria ri Urfi ca beni li voli
Ci binirici li piecuri e li vari.
 
A lu venniri Maria è fistiggiata
Ri li «Masci» ca 'ccittaru sta iurnata,
Quannu la festa fu stabilita
A li Purcari fu assignata.
 
Ora cagiorna lu sabitu santu
Divoti «lurnatari» stati attenti
Maria vi voli sutta lu so mantu
Pi darivi pruvirienza e sustienti.
 
La ruminica su li «Vasciddari»
Ci fannu la iurnata cu firvuri,
La cira ca nu lannu ra cattari
Ci addumunu cu amuri e piaciri.
 
Si cunnuci lu Capiddu pi li strati
A Ciaramunti su li bon viruti;
Rancili e Serafini su arurnati
Tutti li fratittanzi bon vistuti.
 
Restunu li frustieri ammaliati
Viriri li mistera bon vistuti,
E quannu vanu a li so citati
Cuntunu ri Ciaramunti li viruti.
 
Ci fannu festa lu secunnu luni
Cu torci e sbrannuna li «Massari»,
Larmuzzi santi stanu addinucciuni
Pi putiri larmuzzi riscattari.
 
L'urtimu iuornu su li «Staffieri»
Ogni cetu ri «Servi e Vurdunari»
Cusì la festa si venia finiri
Maria pozza a tutti cunsulari.
 
A lu miercuri cu va a la Matrici
Rintra lu cori so nu ci pò paci,
Va viriri la festa chi si rici
Sciuta a Maria trova cu la cruci.
 
O piccaturi nu ristari infilici
La Mamma lassa a nui la paci,
E quannu si dama idda ci rici
Cerca, ama a mia cai eterna luci.
 
Ri lu munisteru va a lu Sarvaturi
Ci rici: «Figgiu miu nu labbanunari,
Ca li fìggi manu fattu onuri
E rogni mali li divi scanzari».
 
Ni fa puoi l'urtima binirizioni
Binirici li campagni cu piaciri,
Binirici puri li supiriuri
Li casi e ogni cetu ri pirsuni.
 
Quannu siemmu iunti a la so casa,
Ni varda a tutti ri Mairi amurusa,
Cu setti ciavi veni puoi firmata
Chi pena ca si senti dulurusa.
 
Nun passa u gniournu ca nu ci binirici
Ci binirici e ci runa la vuci,
Luntanu sta pi li nuostri nimici
Lu statu varda e ci runa la paci.
 
Restunu scunzulati li frustieri
La musica e la banna si na giri,
Ogniunu sa ritira a li quartieri
Maria ri Urfi li pozza aiutari.
 
Lu pueta ca sta storia sturiau
È nuomu rozzu ca la cumpuniu,
Tutti lu 'ngiegnu so duocu arrivau
Pi dari onuri a la Mairi ri Diu.
IANNIZZOTTO LUCIANO (Contadino analfabeta del sec. XIX)